Poesie

Da ’o quarto piano

Salvatore Di Giacomo

Una donna al quarto piano, un uomo che passa in strada e un’indifferenza dichiarata così tante volte da diventare sospetta.

Lui passa sotto il balcone di Adelà, la osserva e assicura che ormai è tutto finito. Ma continua a vedere ogni dettaglio, a immaginare ciò che lei pensa e a rivolgersi a lei. Tra ironia, distanza e autoconvincimento, questa piccola scena può lasciarci intravedere uno scarto tra ciò che viene detto e ciò che continua a muoversi sotto le parole.

Il testo

Da ’o quarto piano

Giacché te cucche ampresso
pe te scetà matina,
e st’ aria fresca e fina
t’ affacce a risciatà;

giacché chi sa che suonne
te suonne ancora, e, spierte,
tu gire st’ uocchie apierte
chi sa penzanno a che;

dimme, Adelà, mme vide,
a st’ aria fresca e fina,
passà quacche matina,
e ’a parta toia guardà?

C’ ’o càmmese celeste
ca te se sponta mpietto
e, quase pe dispietto,
nun se vo’ maie nzerrà:

c’ ’o pède piccerillo
ca, ’int’ ’a cazetta nera,
p’ ’e fierre d’ ’a ringhiera
mo dice sì mo no;

ca tu staie quase ncielo
ncopp’ a stu quarto piano,
che fa? Pure ’a luntano
te veco, e dico: «’A i’ llà!»

Ma mo (scuse, io so’ chiaro),
nu’ cchiù comm’ a na vota
sbatte stu core e avota
sta capa mia pe te!

Passo, chi ’o nnega? È overo;
ma si te tengo mente
so’ friddo e indifferente,
comme si’ fredda tu.

Chest’ è! Nziemme a sti fronne
ca fa cadé l’ autunno,
quant’ ate cose a o’ munno
pe forza hanna cadé!

Dunque? Giacché cchiù ampresso
te suse ogne matina,
e st’ aria fresca e fina
te miette a risciatà;

giacché tutto è fenuto,
giacché, si ce vedimmo,
nun ce sbullimmo e ardimmo
comm’ a na vota cchiù,

statte affacciata! E resta
cu st’ aria indifferente:
passeno tanta gente,
passo pur’ io. Che fa?

Soste di lettura

Fermiamoci qui

Entrare nella lingua

Tre parole

spierte
desta, vigile; nel verso conserva però una sfumatura difficile da fermare in un solo equivalente italiano.
càmmese
camicia, camicetta.
nzerrà
chiudere, richiudere.

UNA VOCE DI LETTORE

Non me ne importa niente. Però…

C’è qualcosa di molto divertente in questa poesia. Lui insiste a dire che ormai è tutto finito, che è freddo e indifferente, che passa sotto il quarto piano senza più scomporsi. Eppure continua a guardare.

Guarda il camice celeste, il piede nella calza nera, la ringhiera, il modo in cui lei si affaccia. Sa a che ora si alza, immagina quello che sogna, registra perfino la sua presunta freddezza.

Quel «Pure ’a luntano te veco, e dico: “’A i’ llà!”» ha per me il sapore di una smargiassata, di una disinvoltura un po’ troppo esibita. E l’insistenza su «so’ friddo e indifferente, / comme si’ fredda tu» fa pensare al classico “non me ne importa niente” detto da chi continua però a parlarne. Chi è davvero indifferente, di solito, non sente il bisogno di dedicarle dodici strofe.

A un certo punto mi viene spontaneo chiedermi: Adelà lo vede davvero? Sappiamo tutto di ciò che lui osserva, ma quasi niente di lei. Forse non lo guarda affatto. Forse non sa neppure quanto lui continui a passare di lì. E, con una battuta, viene perfino da pensare: e se fosse miope? È soltanto una provocazione da lettore, non un’ipotesi che il testo ci permetta di sostenere.

Poi però la domanda diventa meno leggera. Quando nel buio dei nostri pensieri immaginiamo una persona, finiamo spesso per darle una voce, uno sguardo, emozioni e intenzioni: una fisionomia mentale. Il poeta dichiara che la passione è finita, ma continua a costruire Adelà. La guarda, ne registra i dettagli, le attribuisce una freddezza che forse appartiene davvero a lei, oppure forse è una proiezione.

Mi colpisce soprattutto «statte affacciata!». Sembra quasi che le chieda di restare esattamente nella posizione in cui l’ha sempre immaginata: lì, al quarto piano, personaggio della scena che lui continua a costruire.

Anche l’autunno diventa una specie di anestetico filosofico: tutto passa, tutto cade, quindi deve cadere anche questo sentimento. Più che una certezza, a me sembra un ragionamento che si ripete per convincersi.

E infine «passo pur’ io. Che fa?»: una scrollata di spalle quasi ostentata, una piccola uscita teatrale. Come a dire: non importa. Ma dopo tutto quello che ha appena detto, è difficile credergli completamente.

Il comico nasce anche dalla distanza tra ciò che il poeta dichiara di sentire e ciò che, continuando a parlare, finisce per rivelare.

UN’ALTRA CHIAVE

Una scena verticale

La poesia è costruita su una distanza verticale. Adelà è in alto, «quase ncielo / ncopp’ a stu quarto piano». Lui è in basso, nella strada, e passa.

La finestra, la ringhiera, il piede che compare tra i ferri, il camice visibile sul petto trasformano il quarto piano quasi in un piccolo palcoscenico. Ma è un teatro asimmetrico: lui guarda, lei non parla mai.

Conosciamo Adelà soltanto attraverso ciò che lui dice di vedere e di pensare su di lei. Persino la sua «aria indifferente» è raccontata da lui. Il quarto piano può allora diventare anche la misura della distanza tra due punti di vista che forse non coincidono più.

Nel finale prova a rientrare nella folla: «passeno tanta gente, / passo pur’ io». Vuole essere uno dei tanti passanti. Ma prima di andare sente ancora il bisogno di rivolgersi proprio a lei.

Forse il vero movimento della poesia non è soltanto quello di un uomo che dichiara di aver smesso di amare, ma quello di un uomo che prova a uscire dalla scena che continua a costruire nella propria mente.

Questa è una possibile chiave di lettura proposta con l'aiuto dell'IA, non una spiegazione definitiva del testo.

Poesia e musica

Da qui nasce Passo pur’io

Il titolo Passo pur’io nasce proprio dalla chiusa di Da ’o quarto piano:

passeno tanta gente,
passo pur’ io. Che fa?

Da quel «passo pur’ io» prende nome il progetto musicale dedicato alle poesie di Salvatore Di Giacomo. Questa poesia ha quindi un posto particolare nel percorso: ha fornito il titolo all’intero primo ciclo musicale.

La musica resta una prosecuzione della lettura, non il suo sostituto.

Ascolto

Da ’o quarto piano in musica

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Fonti

Testo: Salvatore Di Giacomo, Poesie, “Da ’o quarto piano”, pp. 240–242; edizione elettronica Liber Liber, prima edizione elettronica 26 gennaio 2017.

Edizione di riferimento: Poesie e prose di Salvatore Di Giacomo, a cura di Elena Croce e Lanfranco Orsini, Milano, Mondadori, 2004.

Crediti dell’e-book: digitalizzazione e impaginazione Ruggero Volpes; revisione Alyssa Violle; pubblicazione Catia Righi. L’e-book dichiara “Diritti d’autore: no”. Licenze Liber Liber.

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