Poesia
Bella, ca pe paura...
Un uomo rimasto solo ripercorre ostinatamente il proprio errore. Non accusa la donna che lo ha lasciato: riconosce il proprio carattere, il proprio eccesso, la propria responsabilità. Ma nel rimorso continua a restare una forma di orgoglio.
Il testo
BELLA, CA PE PAURA...
Bella, ca pe paura mm’ e’ lassato,
cchiù curaggiosa ’e me si’ ciento vote:
ciento vote stu stesso aggio penzato,
e ciento vote me ne so’ pentuto...
E tu, femmena e bbona, mm’ e’ lassato!...
E mme ne so’ pentuto e addulurato,
ma cagnà, ntanto, nun me so’ saputo.
Ah, si me fosse meglio cumpurtato!...
Che carattere nfamo aggio tenuto!
Ma me ne so’ pentuto e addulurato...
E pe sta furia mia t’ aggio perduta!
E pe sta furia mia mm’ e’ abbandunato!
E sta sbentura mia ll’ aggio vuluta!
E mo resto abbeluto e risarmato!
E pe sta furia mia t’ aggio perduta!...
E fenarraie ca te ne truove a n’ ato,
simbè dice ca no, ma ’o munno avota...
Ma chi, chi puo’ truvà cchiù ndusiasmato,
e chi cchiù furiuso n’ ata vota?!...
Ah! Quanto e quanto e quanto t’ aggio amato!...
Soste di lettura
Il rimorso che ritorna
Questa poesia non racconta soltanto una perdita: mette in scena un pensiero che torna sempre sullo stesso punto. Il protagonista ripete a sé stesso ciò che è accaduto, riconosce la propria colpa, si pente, eppure non riesce a uscire dal cerchio.
Versi come:
“ciento vote stu stesso aggio penzato,
e ciento vote me ne so’ pentuto...”
fanno sentire proprio questo movimento: non un ricordo che si ricompone, ma un rimorso che si riapre ogni volta. Anche le ripetizioni di “me ne so’ pentuto”, “t’ aggio perduta”, “sta furia mia” non sono semplici insistenze: sono il ritmo stesso di una coscienza che continua a tornare sul proprio errore.
Parole napoletane
Un piccolo glossario
- nfamo
- infame, cattivo
- abbeluto
- abbattuto, avvilito
- risarmato
- disarmato
- simbè
- sebbene, benché
- ndusiasmato
- entusiasmato, appassionato
Una voce di lettore
In questa poesia chi parla non riesce a uscire dal proprio rimorso e lo rimastica all’infinito, come fa chi ripensa mille volte a una scena senza poterla cambiare.
Non c’è l’accusa alla donna che è andata via; anzi, lei è «cchiù curaggiosa». L’uomo si addossa tutto: «che carattere nfamo aggio tenuto», «sta sbentura mia ll’ aggio vuluta». Eppure c’è uno scarto doloroso fra sapere e potere: «ma cagnà, ntanto, nun me so’ saputo». Capisce il proprio difetto e non riesce a correggerlo: è da qui che nasce la tenerezza amara della poesia.
Nel finale il tono cambia leggermente. Il pentimento si mescola a una sfida appena velata: tu troverai pure un altro, ma chi sarà così appassionato e così furioso come me? Ed è significativo che proprio “furiuso” sia quasi l’ammissione definitiva del difetto che ha rovinato tutto.
L’uso del passato nell’ultimo verso — «Quanto e quanto e quanto t’ aggio amato!» — aggiunge la consapevolezza che ormai tutto è perduto. Non è la dichiarazione di un amore presente: è la rivendicazione struggente di qualcosa che è già stato.
Se l’uomo è rimasto davvero disarmato, allora la domanda «chi, chi puo’ truvà cchiù ndusiasmato?» diventa l’unica arma che gli resta: non la forza, ma la rivendicazione di un amore più intenso di qualunque altro. Per questo il finale commuove: non minaccia e non pretende, rivendica soltanto di aver amato.
Un’altra chiave
La poesia sembra una confessione completa: l’uomo riconosce di aver sbagliato, si accusa, si pente, arriva perfino a dire di essersi voluto da sé la propria sventura. Tutto farebbe pensare a un io ormai piegato e senza difese.
Eppure il finale mostra che il rimorso non cancella del tutto l’orgoglio. La donna è stata più coraggiosa di lui, ha saputo andarsene, mentre lui è rimasto prigioniero del proprio carattere. Ma proprio quando sembra completamente vinto, prova ancora a distinguersi: forse lei troverà un altro, ma non troverà nessuno capace di essere tanto “ndusiasmato” e tanto “furiuso”.
Il difetto, cioè la furia che ha distrutto il rapporto, diventa anche il segno di un amore eccezionale. La poesia non si chiude allora soltanto nel rimorso: si chiude in una forma più ambigua, dove l’autoaccusa e l’autogiustificazione si toccano. Il protagonista si riconosce colpevole, ma nello stesso tempo continua a pensarsi irripetibile.
È forse proprio questa ambiguità a rendere il testo così umano: il dolore non purifica del tutto, e nemmeno il pentimento riesce a sciogliere completamente l’ego.
Questa è una possibile chiave di lettura proposta con l’aiuto dell’IA, non una spiegazione definitiva del testo.
La poesia nel volume
Nella raccolta del 1916
Bella, ca pe paura... compare nella sezione Canzone nove di Canzone e ariette nove, pubblicata a Napoli da Riccardo Ricciardi editore nel 1916. Questo è l’anno della raccolta libraria: non va confuso con una data di composizione o di precedente pubblicazione della singola poesia.
Poesia e musica
Una precedente musicazione
È documentata anche una precedente musicazione di P. E. Fonzo. Il catalogo musicale dell’Archivio Capitolare di Pistoia la registra nella raccolta Piedigrotta Polyphon e indica come data 1912 (?), mantenendo quindi un margine di incertezza cronologica.
Un secondo repertorio, Hit Parade Italia, associa il titolo a Di Giacomo e Fonzo e riporta il 1912, senza però permettere di stabilire con certezza se il riscontro derivi da una fonte indipendente. Questi dati non consentono di fissare con certezza l’anno della musicazione né di identificarla come la prima in assoluto.
Ascolto
Bella, ca pe paura... in musica
La nuova musicazione qui proposta nasce dalla mia lettura dei versi di Salvatore Di Giacomo e fa parte del mio progetto di poesie in musica. È distinta dalla precedente traccia storica attribuita a P. E. Fonzo.
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Fonti
Testo poetico: Salvatore Di Giacomo, Poesie, «Bella, ca pe paura...», p. 344; edizione elettronica Liber Liber, 26 gennaio 2017. Testo fornito dal curatore e confrontato con il PDF, conservando grafia, punteggiatura e quattro strofe di cinque versi.
Edizione di riferimento: Poesie e prose di Salvatore Di Giacomo, a cura di Elena Croce e Lanfranco Orsini, Milano, Mondadori, 2004. Scheda Liber Liber · PDF della raccolta.
Crediti dell’e-book: digitalizzazione e impaginazione Ruggero Volpes; revisione Alyssa Violle; pubblicazione Catia Righi. L’e-book dichiara «Diritti d’autore: no»; la scheda Liber Liber indica la licenza CC BY-NC-SA 4.0.
Raccolta del 1916: Salvatore Di Giacomo, Canzone e ariette nove, Napoli, Riccardo Ricciardi editore, 1916, sezione Canzone nove, «Bella, ca pe paura...», pp. 6–7. Dati editoriali riscontrati nel registro topografico del fondo De Gaudenzi della Biblioteca Universitaria di Genova, p. 119, collocazione C 0 746, inventario 159379. Registro della Biblioteca Universitaria di Genova. Accesso digitale complementare su Wikisource.
Precedente musicazione: Archivio Capitolare di Pistoia, Archivium Capituli Pistoriensis — Bibliotheca musicalis, Indice del catalogo musicale B 297–B 358, p. 157, voce «FONZO P. E. — BELLA CA PE PAURA», versi di Salvatore Di Giacomo, stampa Napoli, Emilio Gennarelli & C., raccolta Piedigrotta Polyphon, data 1912 (?). Collocazione B – 321, 1, O, 27; altra collocazione B – 321, 2, G, 27. Riscontro sul testo indicizzato del catalogo; il PDF al vecchio indirizzo non è attualmente raggiungibile. Sito dell’Archivio Capitolare di Pistoia.
Riscontro complementare: Hit Parade Italia, repertorio Canzoni napoletane, lettera B, voce «Bella ca pe’ paura», associata a Di Giacomo/Fonzo e all’anno 1912. Il repertorio non chiarisce l’indipendenza del dato: non è utilizzato per sciogliere la riserva cronologica del catalogo di Pistoia. Repertorio.
Nuova musicazione — ascolto: