Poesia
Amice, si ve dice...
Un litigio raccontato agli amici, una donna assente e un’attesa che smentisce le parole: l’orgoglio cede nel giro di pochi versi.
Il testo
AMICE, SI VE DICE...
Amice, si ve dice
ca è stata colpa mia,
ve dice na buscia:
nun ’a credite.
Si fa vedé ca chiagne,
ca strilla o se dispera,
sta nziria nun è overa:
è finta, è finta!
So’ nierve? Embè, sti nierve
ll’ hanna passà, mmalora!
’E nierve ogne mez’ ora?!
Essì! Tu vide!...
Basta, si vo’ fa’ pace...
Che v’ aggia di’?... Va bene...
Spiàtele a c’ ora vene –
i’ ccà ll’ aspetto.
Parole napoletane
Un piccolo glossario
- buscia
- bugia
- nziria
- bizza, capriccio: è il modo in cui lui svaluta il pianto di lei
- nierve
- nervi; qui, scatti di nervosismo
- spiàtele
- chiedetele, domandatele
Una voce di lettore
Chi parla si rivolge agli amici, ma la vera protagonista è lei, che non c’è. Del suo pianto, delle sue grida, della sua disperazione sappiamo solo quello che ne dice lui, e lui naturalmente liquida tutto come una messinscena: «è finta, è finta!». Il lettore ricostruisce il litigio dai frammenti, quasi stesse origliando una conversazione già cominciata.
Quello che mi piace di più è il crollo dell’orgoglio. Per tre strofe lui fa il duro: «nun ’a credite», «sti nierve ll’hanna passà, mmalora!». Poi, all’ultima, cede quasi senza accorgersene: «Basta, si vo’ fa’ pace... Che v’aggia di’?... Va bene...». Le pause e i puntini fanno sentire quasi lo sbuffo di chi si arrende controvoglia.
E infine arriva «i’ ccà ll’aspetto». È la resa vestita da indifferenza. Dopo averla accusata di fingere, di fare scenate e di avere continui «nierve», lui resta lì ad aspettarla. Il verso dice quasi l’opposto di tutto ciò che ha sostenuto fino a quel momento.
Questa poesia mi sembra un litigio d’amore visto dalla parte di chi ha già perso, anche se non vuole ammetterlo. Più lui cerca di screditarla davanti agli amici, più si capisce quanto gli importi.
Nessun grande gesto alla fine: soltanto un «va bene» detto quasi di malavoglia e poi quel «i’ ccà ll’aspetto». Forse è proprio questa la parte più vera: l’orgoglio resta in piedi nelle parole, ma nei fatti ha già ceduto.
Un’altra chiave
In Amice, si ve dice... la donna non compare mai direttamente e non pronuncia una sola parola. Eppure tutta la poesia ruota intorno a lei. La sua versione dei fatti arriva soltanto in anticipo, deformata dalla voce dell’uomo: se dirà che è colpa sua, mente; se piangerà, fingerà; se si dispererà, sarà soltanto una «nziria».
È un meccanismo curioso: il protagonista cerca di controllare non solo il racconto del litigio, ma anche quello che lei potrebbe dire dopo. Prima ancora che la donna parli, lui prepara gli amici a non crederle.
In questo modo Di Giacomo costruisce una scena nella quale sentiamo una sola voce, ma ne immaginiamo continuamente un’altra. La poesia è quasi un dialogo con una persona assente.
Anche gli amici hanno una funzione precisa: non sono semplici destinatari del racconto, ma intermediari. Saranno loro a sentire lei, saranno loro a riferirle eventualmente che lui è disposto a fare pace, saranno loro a chiederle «a c’ ora vene». L’amore privato passa così attraverso una piccola comunità.
E proprio alla fine il tentativo di controllare la storia fallisce. L’uomo che voleva stabilire in anticipo chi avesse ragione finisce per dire soltanto dove si trova e che cosa farà: «i’ ccà ll’aspetto». La discussione sulle colpe si riduce, improvvisamente, a un’attesa.
Questa è una possibile chiave di lettura proposta con l’aiuto dell’IA, non una spiegazione definitiva del testo.
Ascolto
Amice, si ve dice... in musica
La nuova musicazione qui proposta nasce dalla mia lettura dei versi di Salvatore Di Giacomo e fa parte del mio progetto di poesie in musica. Non risulta una precedente versione musicale entrata stabilmente nel repertorio o nella memoria degli ascoltatori.
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Fonti
Salvatore Di Giacomo, Poesie, da Poesie e prose, a cura di Elena Croce e Lanfranco Orsini, Milano, Mondadori, 2004; edizione elettronica Liber Liber.
Per le parole napoletane: Giuseppe Giacco, Schedario napoletano.