Letture e documenti

Napoli a occhio nudo

Renato Fucini (Neri Tanfucio)

Lettere ad un amico · Firenze, Successori Le Monnier,

Un viaggiatore toscano a Napoli nel maggio 1877: nove lettere che passano dalla folla di Toledo ai vicoli, dal Camposanto dei poveri a Capri e al Vesuvio, con uno sguardo che oscilla tra incanto e ribrezzo.

Dentro il libro

La forma è quella di un taccuino di viaggio: impressioni affidate a un amico, incontri, deviazioni e scene che attirano l’attenzione. Fucini non procede come in un’inchiesta sistematica. Attraversa la città e i dintorni cambiando registro: fascino, ironia, repulsione, curiosità e denuncia civile si alternano, talvolta nella stessa pagina.

L’«occhio nudo» è quello di un forestiero. La sua formazione toscana, le letture e le aspettative precedono l’incontro con Napoli e ne orientano il racconto. Anche le espressioni sprezzanti e discriminatorie appartengono a questo sguardo e alle gerarchie culturali e sociali dell’epoca: leggerle nel loro contesto significa riconoscerne il peso, senza assumerle come descrizioni neutrali degli abitanti.

Siamo nel 1877, sette anni prima del colera del 1884 e prima del Risanamento. Accanto ai quartieri poveri e al Camposanto, le nove lettere comprendono Sorrento, Amalfi e Pompei, la festa di Montevergine, l’idillio di Capri e una gita notturna al Vesuvio. Il libro merita di essere attraversato anche dove cambia passo.

Frontespizio dell’edizione del 1878
Renato Fucini, Napoli a occhio nudo. Lettere ad un amico, Firenze, Successori Le Monnier, 1878. Frontespizio dell’edizione originale. Fonte: Internet Archive.

Sette soste di lettura

Le citazioni conservano la grafia della trascrizione Liber Liber; i tagli sono indicati con [...]. Nei riferimenti distinguiamo le pagine dell’edizione del 1878 da quelle del PDF elettronico.

Trascrizione Liber Liber: CC BY-NC-SA 4.0.

Sosta 1

Napoli dalla carrozzella

― Vetturino, a Mergellina! ― e giù, a trotto serrato per Toledo, Chiaja e la Villa Reale, trasportato come in sogno fra la romba e il brulichìo vertiginoso d'una folla compatta che si apriva a stento al nostro passaggio e si richiudeva subito dietro alla carrozzella come una massa liquida, su la quale galleggiassero migliaia e migliaia di cappelli e di teste umane. Che brio, che vita, che baraonda, amico mio, che maraviglioso disordine era quello per il nuovo e piccolo arrivato! Mi parve a un tratto d'esser diventato invisibile, e mi sentii là dentro come un grano di miglio turbinato nei vortici d'una enorme pentola a bollore!

Lettera I, pp. 1–2; PDF Liber Liber, pp. 7–8.

Fotografia storica di via Toledo con passanti e carrozze
Studio Rive (attribuzione), N.° 58. Strada Toledo. Napoli, circa 1860–1880. Bibliothèque nationale de France, Gallica. Pubblico dominio secondo la scheda Wikimedia Commons.

Sosta 2

Dichiarare un limite

Spieghiamoci subito. Sappi dunque che dicendoti tutto quello che ti dirò di questo popolo, intendo soltanto parlarti dell'ultima plebe. In un paese, dove i quattro quinti della popolazione sono rappresentati da questo ceto, è naturale che un viaggiatore, il quale, come me, non se ne proponga uno scopo di studio, non veda altro che quello. [...] buttando da parte quella rancida lira che ogni rispettabile citrullo, capitando in questo paese, agguanta insatirito per cantare il vieto inno di moda alla Sirena, senza capire che è tempo di smetterla, perchè di Grazielle, di chitarre e di Sirene se n'è detto già tanto che ora basta.

Lettera II, p. 20; PDF Liber Liber, pp. 22–23.

Sosta 3

Il palazzo sotto la strada

Fatti pochi passi, la donna, alla quale avevo domandato della sua casa, si fermò davanti ad un'apertura tenebrosa, di cui l'affisso ed i pietrami cascavano a pezzi, e accennandola mi disse: ― Servitevi, eccellenza. ― Mi voltai a lei facendo un atto come per dirle: ― Tu m'inganni. ― Intese benissimo e insistè: ― Servitevi, servitevi, passate nel mio palazzo. ― Aveva anche il coraggio di scherzare! Entrai. Il suo palazzo consisteva in un'unica stanza, due scalini più bassa del terreno. [...] ― Chi è? ― domandai a quella donna che mi accompagnava. ― Vavama (la mia nonna) ― mi rispose ― che vi dice che gli avete scacciato le zoccole (le talpe). ― Guardai per terra e vidi infatti qua e là alcune talpe grasse bracate che sedute dignitosamente si lustravano le basette, aspettando che quest'importuno avesse loro levato l'incomodo. M'impostai per dare una pedata a quella che m'era più vicina, ma la vecchia mandò un grido fioco e disperato. ― Che t'è seguito? ― le domandai. ― Non le scacciate, ― mi rispose brontolando, ― non le scacciate, son creature di Dio anche loro.

Lettera IV, pp. 65–67; PDF Liber Liber, pp. 61–62.

Sosta 4

I nodi di ginestra

Lungo la via avevo osservato che quasi ogni pianta di ginestra era legata ad un'altra, per mezzo di un nodo intrecciato con le loro cime. E queste ginestre annodate fra loro non le vedevo soltanto lungo la via, ma in alcuni punti ne vedevo anche in lontananza disseminate qua e là perdersi giù per le balze della montagna. Domandai notizie di questo fatto e seppi che quei nodi venivano composti dai promessi sposi che accorrono alla festa, quasi emblema del nodo che già stringe i loro cuori o come promessa di fedeltà fatta dinanzi alla Regina degli Angeli. Questi nodi vengono poi sciolti dalle coppie felici che vi tornano dopo il matrimonio. Nella mia vita non avevo ancora veduto uscire da menti volgari un pensiero così altamente gentile, nè sotto forma così dolcemente poetica.

Lettera V, pp. 94–95 (passo citato a p. 94); PDF Liber Liber, p. 86.

Sosta 5

Una rosa per un bambino

Era rinvoltato in pochi e laceri cenci, ma una povera ghirlanda di frasche gli contornava l'esile corpicino, ed una rosa di maggio gli si vedeva pendere fuori dalla bocca. Mi passò attraverso al pensiero la mano che aveva accomodato quella rosa, e mi sentii serrar la gola, mentre i ragazzi che schiamazzavano là in fondo, erano corsi pizzicottandosi, e saltavano intorno a noi distratti e sorridenti. [...] Preparata in un momento la cassa di deposito, il piccolo cadavere fu preso da un facchino per una gamba e sbatacchiato lì dentro. La ghirlanda volò da una parte, la rosa da un'altra, [...]

Lettera VI, pp. 100–101 (passo citato a p. 100); PDF Liber Liber, p. 93.

Sosta 6

I poeti della strada

Percorrendo una mattina la via della Lanterna mi dettero nell'occhio due folti gruppi di persone, in mezzo ad ognuno dei quali vedevasi un uomo agitarsi e declamare con un libro in mano. Erano due Rinaldi, cioè due del popolo che all'aria aperta sul lastrico della via declamano e commentano alla turba estatica i poemi eroici della Gerusalemme, del Guerrin Meschino e dei Reali di Francia. [...] e aggiunge, e allunga, e accomoda di suo, in un modo così sublime, che il Tasso nelle sue mani diventa tutt'un'altra cosa, un po' più oscuro è vero, [...]

Lettera IX, pp. 148–151; PDF Liber Liber, pp. 135–138.

Sosta 7

Addio, Napoli mia

Attraverso ad una selva d'antenne scorgo il Vesuvio che insensibile al doloroso saluto dell'amico che parte, fuma e tace, ed io pure taccio, fumo e lo guardo, ed invidio due gabbiani che rotano altissimi e tranquilli su la marina di Portici.... [...] ― Si parte! addio, mio buon amico, e addio, addio a te dal profondo del core, o Napoli maravigliosa, addio! Io non ti ho certo adulata come tutti gli altri tuoi amanti, ma tu non volermene male, perchè forse più di tutti gli altri ti amo.

Lettera IX, p. 158 e conclusione; PDF Liber Liber, pp. 144–145.

Panorama di Napoli e del golfo con il Vesuvio fumante
Giorgio Sommer, Napoli – Panorama, n. 1167, fine Ottocento (circa 1880–1900). Fonte: Wikimedia Commons, pubblico dominio.

fuma e tace, ed io pure taccio, fumo e lo guardo

Un lettore del 1878: Giustino Fortunato

Giustino Fortunato accompagnò Fucini durante il soggiorno napoletano. Nella lettera del 19 aprile 1878, pubblicata e studiata da Marco Romanelli, il giudizio generale sul libro è favorevole, ma non uniforme: Fortunato trova eccessive le tinte della prima lettera e non apprezza la seconda, dedicata alla popolazione. Esprime invece una forte ammirazione per le lettere su Capri e sul Vesuvio.

È una risposta vicina all’opera e già capace di distinguerne i registri. Fortunato tornerà sul libro con la prefazione alla riedizione del 1913. La sua lettera del 1878 si può leggere nello studio di Romanelli.

Una voce di lettore

Un’altra chiave dell’IA

L’occhio e la pagina

Il titolo promette un contatto senza strumenti, quasi che bastasse togliere un filtro per vedere la città. Ma l’occhio sceglie dove fermarsi, e la pagina decide che cosa rendere visibile. Le letture del viaggiatore gli offrono paragoni; le aspettative gli fanno riconoscere un incanto o avvertire una delusione.

Nelle lettere questa selezione diventa forma narrativa. La caricatura ingrandisce un gesto, l’ironia avvicina il destinatario al narratore, un’immagine violenta arresta la lettura. Anche la successione degli episodi costruisce un ritmo: al brulichìo della strada può seguire una stanza buia, alla festa una pausa malinconica.

Leggere «a occhio nudo» può allora significare prestare attenzione anche al modo in cui il racconto ci fa guardare. Una scena testimonia un incontro e, insieme, mostra la forma che Fucini gli ha dato perché un amico lontano potesse immaginarlo.

Questa è una possibile chiave di lettura proposta con l’aiuto dell’IA, non una spiegazione definitiva del testo.

Fonti e accesso al libro

Renato Fucini, Napoli a occhio nudo. Lettere ad un amico, Firenze, Successori Le Monnier, 1878.

Leggi il testo integrale su Liber Liber.

Per la testimonianza di Giustino Fortunato: Marco Romanelli, Napoli a occhio nudo in una lettera inedita di Giustino Fortunato a Renato Fucini, «Critica letteraria», 2014. Leggi lo studio.