La miseria in Napoli
Jessie White Mario ·
Prima di entrare nei versi, nelle novelle e nel teatro di Napoli, conviene guardare la città da vicino. Nel 1876 Jessie White Mario, inglese, già infermiera volontaria nelle campagne garibaldine, la percorre con la possibilità di entrare in luoghi normalmente sottratti allo sguardo: grotte abitate, fondaci, ospizi, carceri.
Quello che racconta non è letteratura, ma ci restituisce lo sfondo concreto di tanta letteratura napoletana. Ci sono le spagare che torcono canapa per diciotto ore al giorno in una grotta, i fondaci invasi dalla cloaca, istituti di beneficenza ricchissimi accanto a poveri che restano sempre più poveri. Sono le stesse strade e gli stessi vicoli che poi ritroviamo, trasformati dalla scrittura, in Mastriani, Di Giacomo, Bracco, Bovio.
È un libro da leggere come un taccuino di viaggio nella Napoli dell’Ottocento: con uno sguardo schietto, a tratti paternalista, ma mai indifferente.
Vedere prima di giudicare
Una delle cose più interessanti del libro è il metodo dichiarato dall’autrice. White Mario racconta di aver voluto vedere direttamente luoghi e istituzioni prima di leggere quanto altri avevano scritto su Napoli. Grazie a lettere del Ministero dell’Interno può entrare in ambienti normalmente poco accessibili e raccoglie le proprie impressioni durante le visite.
È questo carattere di osservazione diretta a dare al libro la forza di un’inchiesta, pur con tutti i limiti culturali e interpretativi del suo tempo.
Tre passi per entrare nel libro
Una città che non si vuole vedere
Nella lettera del 30 maggio 1876, Pasquale Villari racconta di aver rivisitato i fondaci di Napoli. Insiste sulla necessità di vedere direttamente le condizioni dei poveri, prima di discuterne.
»Entrai in un secondo fondaco, e là trovai che da circa due settimane la cloaca aveva dato di fuori, ingombrando tutta la corte, in modo che si passava, in punta di piedi, rasente le mura. Salito al primo piano, vidi le donne appoggiate alle mura del terrazzino, ridere guardando dei grossissimi topi che traversavano e quasi nuotavano in ciò che la cloaca aveva versato nella corte. E mi dicevano: – Signorino, guardate i passeggieri! – Tirarono su dal pozzo una secchia, per farmi vedere che non era piena d'acqua, ma pareva invece tirata su dalla cloaca stessa, che infatti s'era messa in comunicazione col pozzo!
Le grotte delle spagare
Nel capitolo II della Parte I, I trogloditi, White Mario entra nelle grotte dove alcune famiglie abitano e lavorano la canapa.
Ma penetrandovi e spartendo questa lunga grotta in trenta quartieri, appena può idearsi la condizione di coloro che vivono in fondo, ove l'atmosfera è di carbonio puro, ove nulla difende questi infelici dall'umidità, onde son sature la vôlta e la nuda terra, ove una semplice marca convenzionale divide l'una dall'altra famiglia, come segno di proprietà, e ove codesti infelici ospiti spagari, lavorando ciascheduno 18 ore al giorno, pervengono a torcere 50 matasse di spago per guadagnare 15 grani; dai quali deducendone sette di spesa, restano otto grani per vivere. Ognuno deve possedere la propria ruota per avvolgere il canape e svolgerlo in fili più o meno sottili; e miseri fanciulli affamati girano lunghe ore il perno fissato nell'asse della ruota.
Due città nella stessa città
Nel capitolo IV della Parte I, Condizione speciale di Napoli, l’autrice interpreta la città attraverso una profonda separazione sociale.
Si assevera che le distinzioni fra Lazzaroni e Galantuomini appartengono al passato, che la parola lazzarone rimonta al tempo dei Vicerè spagnoli, e indicava in quel tempo la gente soggetta, la quale sotto quell'infamissimo governo, e sotto il feudalismo, discese ad uno stato di miseria indescrivibile; e da ultimo che questa gente, in battaglia perpetua coi dominatori o galantuomini, non esiste più e si confuse con essi.
Noi invece ci accertammo che essa persevera tuttora di fatto e perfettamente individuata.
Una voce di lettore
Un’altra chiave
Il valore del libro non sta soltanto in ciò che mostra, ma anche nel modo in cui guarda. Jessie White Mario vuole osservare direttamente e denunciare ciò che vede, ma resta una donna inglese dell’Ottocento, portatrice di categorie morali, sociali e culturali proprie del suo tempo.
Per questo La miseria in Napoli è interessante su due livelli: come documento delle condizioni materiali della città e come documento di uno sguardo esterno sulla città stessa.
Le sue pagine possono essere precise, indignate e concrete; in altri momenti possono apparire paternalistiche, generalizzanti o segnate da confronti troppo netti fra Napoli e l’Inghilterra.
Leggerle oggi significa quindi prendere sul serio ciò che documentano senza rinunciare a interrogare il modo in cui lo interpretano.
Questa è una possibile chiave di lettura proposta con l’aiuto dell’IA, non una spiegazione definitiva del testo.
Parole del tempo
Alcuni termini usati nel libro — riferiti alla povertà, alla malattia, alle classi sociali o alla marginalità — appartengono al linguaggio e alle categorie dell’Ottocento. Nei brani citati vengono mantenuti quando necessari alla comprensione storica del testo, senza adottarli come linguaggio del sito.
Fonti
Edizione letta
Jessie White Mario, La miseria in Napoli, edizione elettronica Liber Liber, tratta da La miseria di Napoli, Firenze, Successori Le Monnier, 1877.
Per questa lettura sono stati utilizzati il testo e la struttura dell’edizione elettronica Liber Liber.
Passi citati
- lettera di Pasquale Villari;
- Parte I, capitolo II, I trogloditi;
- Parte I, capitolo IV, Condizione speciale di Napoli.
Frontespizio
Frontespizio dell’edizione originale, Firenze, Successori Le Monnier, 1877; copia digitalizzata da Google.